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Hipster, cosa essere tu?

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Hipster, cosa essere tu? È così che immagino possa rivolgersi il Brucaliffo a un moderno hipster. Perché se ci pensate, mentre una volta era ben chiaro a chi si riferisse questo termine, oggi il suo utilizzo si è molto allargato e confuso, tanto che non si è mai certi di usarlo correttamente. Negli anni quaranta, infatti, il termine hipster designava i ragazzi bianchi appartenenti alla classe media americana, perlopiù appassionati di hot jazz e bebop. A quei tempi Charlie Parker era l’idolo assoluto degli hipster, termine che identificava i suoi fan in sostituzione di hepcats, più generico e ormai fuori moda.

 

Ma è solo dopo la seconda guerra mondiale che il termine si arricchisce di nuovi significati, soprattutto a opera della narrativa beat di autori come Jack Kerouac e Norman Mailer (Il bianco negro, 1967). L’hipster diventa quindi il nuovo esistenzialista, colui che si distacca dalla società consumistica e vive una vita all’insegna dell’introspezione, rappresentando per la società del dopoguerra ciò che rappresentavano i decadenti per la società di fine ottocento. Si disinteressa della politica, della religione e conduce un’esistenza al di sopra della propria coscienza.

Quel che mi sconvolge, a questo punto, è il meccanismo malato attraverso il quale siamo arrivati alla moderna accezione di hipster. Mi riesce difficile afferrare come gli hipster degli anni ’40, ’50 e ’60 si siano trasformati in queste sottospecie di mostri che infestano le nostre città. Pare che tutto sia cominciato negli anni ’90, un processo di rivalutazione e attualizzazione che è giunto, purtroppo, fino agli anni zero. I moderni hipster sono giovani di classe medio-alta, cittadini e con una buona istruzione, appartenenti o sedicenti tali a tutta la cultura non mainstream. Che se ci pensate, vuol dire tutto e niente. In fin dei conti, oggi è solo questione di moda. Per identificare un hipster basta guardarsi intorno e cercare occhiali vintage colorati, Lomo e Holga e magliettine a righe. Mi verrebbe da citare Corrado Guzzanti dicendo che, occhiali a parte, non sono contrario a tutti questi elementi, purché non si presentino contemporaneamente. Non oso immaginare cosa possano aver provato i berlinesi lo scorso luglio, quando hanno dovuto assistere all’invasione di 6000 alternativi accorsi nella capitale tedesca per le Hipster Olympics.

Quel che trovo insopportabile nella moderna cultura hipster, se la si può definire tale, è l’insita ipocrisia che la caratterizza. Il problema è che quando migliaia di persone decidono di fare le alternative, e si danno un codice da rispettare per esserlo, in quello stesso momento scatta l’omologazione, e tutti i buoni propositi vanno a farsi benedire. In tutto questo metteteci anche che l’hipster, in quanto tale, non ammetterà mai né di seguire una moda né di far caso più di tanto a ciò che indossa, poiché tutto in lui è costruito per dare l’idea che non lo sia. Se c’era ancora qualcuno che non avesse chiaro il termine, o il titolo del mio blog, spero di essere stato d’aiuto. Il dibattito è aperto.

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