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Afterhours @Bologna. Non male per essere morti!

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Devo ammettere che, complice il concerto dei Radiohead al Parco Nord, la data bolognese del 6 ottobre degli Afterhours all’Estragon è arrivata un po’ in sordina. Sono stato indeciso fino all’ultimo e, cosa rara, ho preso il biglietto il pomeriggio stesso. Non sapevo cosa aspettarmi da questo show, visto che di solito gli After, nelle 10 e passa volte che li ho visti dal vivo, mi hanno abituato a due tipi di concerti: uno in cui sono presi bene e spaccano tutto, e un altro in cui si vede da un chilometro che sono scazzati e non hanno voglia di sbattersi. Questo, quale dei due sarebbe stato?

Foto: © Marco Marchese

Altro fatto insolito, arriviamo giusto in tempo per l’inizio del concerto, causa contrattempi con la linea 25 (grazie T-days!). Si parte con Metamorfosi e Terra di Nessuno, e già si comincia a intuire che tipo di serata sarà. Il ritorno di Xabier Iriondo sul palco si sente eccome, e Agnelli e soci sembrano come rigenerati dalla presenza del vecchio amico sul palco. Fatte le prime due della tracklist di Padania si fa un bel salto all’indietro e i ragazzi ci regalano una versione di La Verità Che Ricordavo tra le più belle e massicce che io ricordi. Si comincia a fare sul serio.

Parte un vero e proprio concerto da antologia. Gli Afterhours passano in rassegna i pezzi migliori dei vecchi album, da Male di Miele a 1.9.9.6., da Bye Bye Bombay a Ballata Per la Mia Piccola Iena, spingendosi indietro fino a Ossigeno, e alternando il tutto con inserti di Padania. Nella sala dell’Estragon, caldissima, si scatena il delirio. Mi dimentico per un attimo di fare foto, e mi lascio trasportare dalla carica straordinaria che gli After regalano. Un concerto epico, penso, e non siamo nemmeno a metà.

Anche sul palco succede di tutto. Manuel Agnelli si dimena come un ossesso, e Xabier, quando suona le sue vecchie canzoni, si vede che non riesce a trattenersi. I due si cercano spesso, e si trovano, segno di una rinnovata – se mai si era affievolita – armonia di gruppo. Iriondo suona di tutto. Oltre a spaccare il mondo con la chitarra, si diletta con la tromba e i synth. Poi, non pago, si mette a suonare chitarra e tromba insieme. Una rapida occhiata in giro rivela nella platea occhi sbigottiti.

Senza neanche accorgermene finisce la prima parte di concerto, e già nell’aria riecheggia il coro “Fuori! Fuori! Fuori!”. I sei non si fanno pregare, tornano sul palco quasi subito ed è la prova definitiva che sono presi bene e non vedono l’ora di suonare. La gente si diverte, e loro pure. Continua la carrellata tra dischi vecchi e nuovi e Agnelli sembra aver superato un difetto che lo ha talvolta reso antipatico in qualche live. Sì, perché anche se non l’ho mai sentito ammetterlo, Manuel non gradisce tanto che gli si canti sotto, e spesso l’ho visto reagire stizzito con il pubblico. Il problema è che non si può non cantare a un concerto degli After, e Agnelli sembra averlo capito. Durante tutta l’esibizione all’Estragon ha ritrovato un rapporto bello con il pubblico, da cui ha tratto la giusta carica e a cui ha regalato un concerto, a mio avviso, memorabile.

L’esibizione, poi, è stata impreziosita da due fatti curiosi. Durante il secondo bis, al basso non c’era più Roberto Dell’Era ma una guest star d’eccezione, Giulio Favero, bassista de Il Teatro degli Orrori. Suona con gli After Dea e Lasciami Leccare L’Adrenalina, e sebbene scazzi qualcosina il risultato alla fine non è male e dà al concerto un sapore di jam session tra amici. Altro fatto simpatico, Manuel Agnelli che legge un articolo di Wikipedia secondo il quale il violinista della band, Rodrigo D’Erasmo, lo aveva trovato morto nella sua camera d’albergo. Inutile dire che Manuel l’ha presa con la solita ironia, e si è limitato a commentare, a fine serata: “Non male per essere morto!”.

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